Introdotto negli anni ’50 del secolo scorso per rilevare le correnti di dispersione a terra, dagli anni ’60 l’interruttore differenziale è utilizzato per l’interruzione automatica dell’alimentazione in caso di guasto. L’installazione dei dispositivi di protezione a corrente differenziale (RCD – Residual Current Device) è obbligatoria nelle unità immobiliari ad uso abitativo realizzate prima del 13 marzo 1990 (DM 37/08) e nei Sistemi TT per la protezione contro i contatti indiretti (Norma CEI 64-8).
Principio di funzionamento
L’interruttore differenziale è un dispositivo di protezione in grado di interrompere l’alimentazione del circuito quando si verifica una differenza fra il valore della corrente in ingresso al dispositivo e quella in uscita (corrente di dispersione) in accordo con la prima legge di Kirchhoff. Il funzionamento è basato sull’equilibrio dei flussi magnetici prodotti dalle bobine, una per ogni conduttore da proteggere, ovvero il flusso totale si annulla quando il sistema è in equilibrio. Diversamente, ovvero quando il flusso magnetico prodotto dalle bobine non è in equilibrio a causa di una corrente di dispersione, la differenza delle correnti circolanti nei conduttori (a monte e a valle del dispositivo) determina l’apertura dell’interruttore.
Dal punto di vista normativo, l’interruzione differenziale è un dispositivo meccanico progettato per stabilire, portare ed interrompere le correnti in condizioni di servizio ordinario e per aprire automaticamente il circuito quando la corrente differenziale raggiunge un valore predeterminato in condizioni specificate (articolo 3.3.1. – Norma CEI EN 61008-1, articolo 3.3.5. – Norma CEI EN 61009-1).
Gli interruttori differenziali possono essere progettati per svolgere anche le funzioni di protezione contro i sovraccarichi e/o i cortocircuiti (interruttori differenziali con sganciatori di sovracorrente incorporati RCBO o senza sganciatori di sovracorrente incorporati RCCB), le funzioni di rilevazione, valutazione ed interruzione che dipendono o meno dalla tensione di rete (interruttore differenziale con funzionamento dipendente/ indipendente dalla tensione di rete), a sgancio libero, con innesto a spina (avente uno o più morsetti a spina), possono essere ritardati e riarmabili, dotati di dispositivi per la richiusura automatica (ARD).
Le principali grandezze che determinano il funzionamento di questo dispositivo di protezione sono: la corrente differenziale di intervento che provoca il funzionamento del dispositivo in condizioni specificate, le correnti di guasto e di dispersione verso terra, il valore della corrente pulsante unidirezionale e l’intervallo di tempo tra lo zero naturale dell’onda di corrente e l’inizio effettivo della corrente, espresso in misura angolare (angolo α di ritardo della corrente). A tal fine le norme classificano gli interruttori differenziali in:
- Tipo AC, dispositivi il cui sgancio è assicurato per correnti alternate sinusoidali differenziali applicate improvvisamente o lentamente crescente;
- Tipo A, dispositivi il cui sgancio è assicurato per correnti alternate sinusoidali differenziali e per correnti unidirezionali differenziali pulsanti applicate improvvisamente o lentamente crescenti.
Inoltre, la Norma CEI EN 62423 definisce interruttore differenziale di Tipo F il dispositivo il cui intervento è assicurato come per il Tipo A ed inoltre per:
- correnti differenziali composite, sia applicate improvvisamente sia aumentate lentamente destinate ai circuiti alimentati tra fase e neutro o tra fase e conduttore centrale messo a terra;
- correnti differenziali pulsanti unidirezionali sovrapposte ad una corrente continua senza ondulazioni.
Infine, definisce interruttore differenziale di Tipo B un interruttore differenziale per il quale l’intervento è assicurato come per il Tipo F ed inoltre per:
- correnti differenziali alternate sinusoidali fino a 1 000 Hz;
- correnti differenziali alternate sovrapposte ad una corrente continua senza ondulazioni;
- correnti pulsanti unidirezionali sovrapposte ad una corrente continua senza ondulazioni;
- correnti pulsanti unidirezionali raddrizzate provenienti da due o più fasi;
- correnti differenziali continue senza ondulazioni applicate sia improvvisamente, sia aumentate lentamente indipendentemente dalla polarità.
Questi ultimi non sono destinati ad essere utilizzati nei sistemi di alimentazione in corrente continua.

Le caratteristiche dell’interruttore differenziale sono generalmente espresse con il valore della corrente nominale (corrente differenziale di intervento nominale, IΔn). Completano le caratteristiche di un interruttore differenziale con sganciatore di sovracorrente incorporato per installazioni domestiche e similari (Norma CEI EN 61009-1) i valori relativi a:
- numero di poli
- corrente nominale (In).
Valori preferenziali: 6 – 10 – 13 – 16 – 20 – 25 – 32 – 40 – 50 – 63 – 80 – 100 – 125 A
- corrente differenziale nominale di non intervento (IΔno).
Valori normali: 0,01 – 0,03 – 0,1 – 0,3 – 0,5 – 1 A;
- tensione nominale (Un);
- frequenza nominale (50 Hz);
- potere di cortocircuito nominale (Icn);
- potere di chiusura e d’interruzione differenziale nominale (IΔm);
- tempo di ritardo, quando previsto;
- comportamento in presenza di correnti differenziali pulsanti unidirezionali;
- metodo di installazione;
- metodo di connessione;
- campo di intervento istantaneo per sovracorrente (Tipo B, C o D);
- classificazione secondo la caratteristica I²t;
- grado di protezione;
- gamme delle temperature dell’aria ambiente (da – 5° C a + 40° C oppure da -25° C a +40° C).
Oltre a questi dati, gli interruttori differenziali con funzionamento dipendente dalla tensione di rete, contengono anche le informazioni sul comportamento dell’interruttore differenziale in caso di irregolarità della tensione di rete.
Come indicato nelle norme di prodotto, gli interruttori differenziali con una corrente differenziale di funzionamento non superiore a 30 mA sono usati anche per la protezione addizionale contro le scosse elettriche in caso di cedimento dell’isolamento elettrico (contatto diretto). Inoltre, gli interruttori differenziali di tipo generale sono per costruzione esistenti agli interventi intempestivi, compreso il caso in cui le sovratensioni (come risultato dei transitori di manovra o indotti dai fulmini) causano correnti di carico nell’impianto senza che si produca alcuna scarica distruttiva; gli interruttori differenziali di Tipo S, invece, sono considerati sufficientemente resistenti agli interventi intempestivi anche se la sovratensione causa una scarica che produce una corrente susseguente. Inoltre, gli interruttori differenziali sono adatti al sezionamento.
Per monitorare le correnti differenziali negli impianti elettrici si utilizzano le unità di monitoraggio della corrente differenziale (RCM) le cui caratteristiche sono descritte dalla Norma CEI EN 62020-1. Si tratta di dispositivi che forniscono un segnale acustico o acustico e visivo quando viene superato un valore preimpostato di corrente differenziale. Pertanto, non sono e non possono essere utilizzati come dispositivi di protezione negli impianti elettrici.
Norma impianti
Abbiamo accennato in apertura al caso in cui il legislatore ha reso obbligatorio installare un dispositivo di protezione a corrente differenziale per la protezione contro lo shock elettrico all’interno delle unità immobiliari ad uso abitativo. L’obbligo, previsto inizialmente dalla Legge 5 marzo 1990, n. 5 “Norme per la sicurezza degli impianti” è stato ripreso nel successivo Decreto del ministero dello sviluppo economico 22 gennaio 2008, n. 37 “Regolamento concernente l’attuazione dell’articolo 11-quaterdecies, comma 13, lettera a) della legge n. 248 del 2005, recante riordino delle disposizioni in materia di attività di installazione degli impianti all’interno degli edifici”. In particolare, l’articolo 6, comma 3 ha imposto l’obbligo di adeguare gli impianti elettrici realizzati prima del 13 marzo 1990 (compresi quelli potenzialmente senza collegamento delle masse all’impianto di terra) mediante la posa di un dispositivo di protezione, installato all’origine dell’impianto elettrico (oggi punto di connessione) in grado di garantire il sezionamento e la protezione contro le sovracorrenti, la protezione contro i contatti diretti e la protezione contro i contatti indiretti con l’installazione di almeno un interruttore differenziale avente corrente differenziale nominale non superiore a 30 mA.
Per contro, nei Sistemi TT che, come indicato dalla Norma CEI 0-21 comprendono gli impianti elettrici alimentati dalla rete di distribuzione pubblica di bassa tensione (230/400 V in corrente alternatga), la Norma CEI 64-8 (nona edizione 2024) ha previsto che la protezione mediante interruzione automatica dell’alimentazione avvenga con il collegamento delle masse all’impianto di terra e l’installazione di dispositivi di protezione a corrente differenziale. In questi impianti, ai fini della protezione contro i contatti indiretti (fault protection), è necessario soddisfare la relazione:
RA ∙ I∆n ≤ UL
dove
RA è la somma in ohm della resistenza del conduttore di protezione delle masse e della resistenza di terra;
IΔn è la corrente nominale differenziale in ampere;
UL è la tensione di contatto limite convenzionale (50 V).
La norma ricorda che per ragioni di selettività, si possono utilizzare dispositivi di protezione a corrente differenziale di Tipo S. Inoltre (articolo 411.1), come peraltro indicato nelle norme di prodotto, un interruttore differenziale (RCD) con corrente differenziale nominale di intervento non superiore a 30 mA fornisce anche una protezione addizionale (quando richiesta).

Per completezza ricordo che nei Sistemi TN, ai fini della protezione contro i contatti indiretti è possibile utilizzare sia dispositivi di protezione contro le sovracorrenti sia dispositivi di protezione a corrente differenziale (RCD) installati all’origine della parte dell’impianto da proteggere. La prescrizione non si applica ai Sistemi TN-C nei quali i dispositivi di protezione a corrente differenziale non possono essere utilizzati (punto 411.4.5 della norma). In caso di installazione di interruttori differenziali occorre tener conto anche delle prescrizioni per scongiurare l’intervento intempestivo.
Nei Sistemi TN, le caratteristiche dei dispositivi di protezione e le impedenze dei circuiti devono soddisfare la relazione:
Zs ∙ Ia ≤ U0
dove
Zs è l’impedenza in ohm (Ω) dell’anello di guasto che comprende la sorgente, il conduttore attivo fino al punto di guasto e il conduttore di protezione tra il punto di guasto e la sorgente;
Ia è la corrente che provoca l’interruzione automatica del dispositivo di protezione entro il tempo definito nella Tabella 41.1 in funzione della tensione nominale U0 (circuiti specificati in 411.3.2.2 e entro un tempo convenzionale non superiore a 5 s per gli altri circuiti terminali con corrente nominale non superiore a 63 A se provvisti di una o più prese, e 32 A se alimentano solo apparecchi utilizzatori con collegamento fisso). Se si utilizza un interruttore differenziale, Ia è la corrente differenziale di intervento IΔn;
U0 è la tensione nominale verso terra in volt (V) in c.a. e in c.c.


Infine, nei Sistemi IT le parti attive sono isolate da terra oppure sono collegate a terra attraverso un’impedenza di valore sufficientemente elevato. In questi impianti, le masse devono essere messe a terra individualmente, per gruppi o collettivamente e, per limitare la tensione di contatto nei sistemi in corrente alternata, deve essere soddisfatta la condizione:
RA ∙ Id ≤ UL
dove
RA è la somma in ohm della resistenza del conduttore di protezione delle masse e della resistenza di terra;
Id è la corrente di guasto, in ampere, del primo guasto di impedenza trascurabile tra un conduttore di fase e una massa; tiene conto delle correnti di dispersione e dell’impedenza totale verso terra dell’impianto elettrico;
UL è la tensione di contatto limite convenzionale (50 V).
A tal fine possono essere utilizzati:
- Dispositivi di controllo dell’isolamento (IMD);
- Dispositivi di monitoraggio della corrente differenziale (RCM);
- Sistemi di localizzazione dei guasti di isolamento (IFLS);
- Dispositivi di protezione contro le sovracorrenti;
- Dispositivi di protezione a corrente differenziale (RCD).

Intervento intempestivo, selettività e accessibilità
La Sezione 531 della Norma CEI 64-8 contiene le prescrizioni che si applicano ai dispositivi di protezione contro i contatti indiretti mediante interruzione automatica dell’alimentazione. In particolare, nel caso di utilizzo di interruttori differenziali (RCD), è richiesto che l’interruzione avvenga su tutti i conduttori attivi del circuito protetto, mentre il conduttore di protezione non deve passare attraverso il circuito magnetico dell’interruttore differenziale (RCD) e, quindi, non deve contribuire alla misura della corrente differenziale. Unica eccezione ammessa dalla norma (531.3.1) riguarda i cavi armati in cui il solo conduttore di protezione deve attraversare due volte il circuito magnetico ovvero deve attraversare nuovamente, ma in direzione opposta, il circuito magnetico del dispositivo.
Lo scatto intempestivo di più interruttori differenziali può essere evitato:
- mediante una maggiore suddivisione dei circuiti;
- in modo che la sommatoria a valle dell’interruttore differenziale (RCD) delle correnti di dispersione verso terra, da parte del conduttore di protezione non sia superiore a 0,3 volte la corrente differenziale nominale di funzionamento;
- utilizzando interruttori differenziali (RCD) a breve tempo ritardato;
- coordinando gli interruttori differenziali (RCD) di tipo generale, di tipo selettivo e a ritardo di tempo;
- coordinando gli interruttori differenziali (RCD) con i limitatori di sovratensioni.
Pertanto, ai fini della selettività degli interruttori differenziali in caso di correnti differenziali dovrà essere installato a monte un interruttore differenziale di tipo selettivo (tipo S o tipo a tempo ritardato con regolazione del ritardo di tempo appropriata) e, a valle, un interruttore differenziale con un valore di corrente nominale differenziale il cui con il dispositivo a monte sia 3:1 (573.1.4.2).

Nel caso degli impianti elettrici di unità immobiliari a uso residenziale situate all’interno dei condomini o di unità abitative mono o plurifamiliari, le prescrizioni addizionali fornite dalla Norma CEI 64-8 ai fini delle prestazioni nel Capitolo 37 prescrivono (37.4.1) di suddividere l’impianto elettrico in almeno due circuiti indipendenti, raccomandando la selettività totale fra il dispositivo a corrente differenziale generale e gli altri interruttori differenziali a valle o dotati di ARD. Inoltre, è raccomandata l’installazione di interruttori differenziali di Tipo F per la protezione dei circuiti che alimentano lavatrici e/o condizionatori fissi.
Il numero di circuiti varia a seconda del livello di prestazione impiantistico e delle dimensioni, in pianta, dell’unità immobiliare, secondo il principio che unità più grandi necessitino di un numero maggiore di circuiti (anche ai fini del risparmio energetico, come indicato nella Parte 8-1 della Norma CEI 64-8). Inoltre, ai fini dell’accessibilità dei dispositivi di protezione a corrente differenziale, la norma impianti prescrive che gli interruttori differenziali installati negli impianti elettrici di bassa tensione in corrente alternata, accessibili alle persone ordinarie (non istruite), ai bambini o alle persone disabili siano conformi alle norme:
- Norma CEI EN 61008-1 e Norma CEI EN 61008-2-1 per RCCB; o
- Norma CEI EN 61009-1 e Norma CEI EN 61009-2-1 per RCBO; o
- Norma CEI EN 62423 per RCCB e RCBO.
Qualora questi impianti siano accessibili solo alle persone avvertite (PAV) o alle persone esperte (PES), gli interruttori differenziali per corrente alternata devono essere conformi alle norme:
- Norma CEI EN 61008-1 e Norma CEI EN 61008-2-1 per RCCB; o
- Norma CEI EN 61009-1 e Norma CEI EN 61009-2-1 per RCBO; o
- Norma CEI EN 62947 per CBR e MRCD.
Prima di affrontare la questione relativa all’obbligo di installazione di interruttori differenziali con corrente nominale differenziale da 30 mA, affrontiamo la questione relativa all’installazione degli SPD per la protezione contro le sovratensioni transitorie di origine atmosferica o dovute a manovre.
L’argomento è trattato nella Sezione 443 (prescrizioni) e nella Sezione 534 (scelta e installazione).
Ad esclusione degli SPD di Tipo 1, quando si impiegano dispositivi di protezione a corrente differenziale (con o senza ritardo), ma immune alle correnti impulsive sino almeno a 3 kA 8/20, gli SPD devono essere posizionati a valle del dispositivo differenziale.
Esempi di schemi di installazione in funzione delle configurazioni del sistema (TT, TN o IT) sono contenuti nell’Allegato A (informativo) alla Sezione 534 e riepilogati nella tabella 534.5, mentre l’Allegato C alla Sezione 712 (sistemi fotovoltaici) contiene esempi di diversi tipi di installazioni di SPD in un impianto fotovoltaico.

Il tipo di collegamento CT1 (per esempio la configurazione 3+0 o 4+0) corrisponde al collegamento di un assieme di SPD che fornisce un modo di protezione tra ciascun conduttore attivo (conduttori di fase e di neutro, quando disponibili) e il conduttore di protezione PE o tra ciascun conduttore di fase e il conduttore PEN. Il tipo di collegamento CT2 (per esempio la configurazione 3+1) corrisponde all’assieme di SPD che fornisce un modo di protezione tra ciascun conduttore di fase e il conduttore del neutro e tra il conduttore del neutro e il conduttore di protezione PE.

La protezione contro le sovratensioni transitorie può essere:
- obbligatoria, tra i conduttori attivi e il conduttore di protezione PE (protezione di modo comune);
- facoltativa, tra i conduttori attivi (protezione di modo differenziale).
In accordo con la Norma CEI EN IEC 61643-01:2025, gli SPD sono classificati in:
- SPD di Tipo 1 (Classe I): provati con corrente impulsiva Iimp 8/20 e tensione impulsiva 1,2/50;
- SPD di Tipo 2 (Classe II), provati con corrente nominale di scarica In 8/20 ed eventuale tensione impulsiva 1,2/50;
- SPD di Tipo 3 (Classe III), provati con l’onda combinata e tensione impulsiva a vuoto Uoc.
Differenziali da 30 mA
La necessità di installare un interruttore differenziale ai fini del coordinamento della protezione delle persone con una massa in tensione per un guasto (contatto indiretto), in particolare nei Sistemi TT, spesso porta a limitare la scelta dei dispositivi ad uno unico, quello con corrente nominale di intervento non superiore a 30 mA, il cosiddetto salvavita.
Abbiamo accennato all’obbligo che deriva dal DM 36/08 (e prima ancora dalla Legge 46/90) per gli impianti elettrici esistenti. Obbligo che, però, la norma tecnica non contempla in modo specifico (ovvero solo differenziali da 30 mA), se non per un numero limitato di casi. Il primo, già accennato, è laddove sia richiesta l’adozione della protezione addizionale mediante la posa di interruttori differenziali. Ad esempio, per la protezione delle prese in corrente alternata con una corrente nominale non superiore a 32 A che possono essere utilizzate da persone ordinarie e che sono previste per uso generale; nei circuiti che alimentano le prese a spina con una corrente nominale non superiore a 32 A, in corrente alternata, destinate ad alimentare apparecchi utilizzatori mobili all’esterno (411.3.3).
Altri casi sono precisati nella Sezione 415: l’uso di interruttori differenziali, con corrente differenziale nominale d’intervento non superiore a 30 mA, è riconosciuto, nei sistemi in corrente alternata, protezione addizionale in caso di insuccesso delle altre misure di protezione contro i contatti diretti e/o contro i contatti indiretti, o di incuria da parte degli utilizzatori dell’impianto elettrico.
Altre indicazioni le troviamo nella Parte 7 della Norma CEI 64-8. Ricordo che questa parte della norma impianti contiene le prescrizioni addizionali che devono essere adottate negli ambienti e nei luoghi particolari. Ad esempio, nei locali contenenti bagni o docce (Sezione 701) uno o più interruttori differenziali con una corrente differenziale nominale non superiore a 30 mA devono proteggere i circuiti situati nelle Zone 0, 1, 2 e 3 ogni volta che non sia possibile adottare le misure di protezione mediante Sistemi SELV o mediante separazione elettrica, se ciascun circuito alimenta un solo apparecchio utilizzatore.

Figura 9: Classificazione delle zone nei locali contenenti bagni e docce.
Nelle saune e nelle cabine contenenti riscaldatori per sauna, la Sezione 703 prescrive l’applicazione della protezione addizionale mediante uno o più interruttori differenziali con una corrente differenziale nominale IΔn non superiore a 30 mA per tutti i circuiti della sauna, con l’eccezione del riscaldatore per sauna. Nei locali conduttori ristretti (Sezione 706) i circuiti che alimentano i componenti elettrici fissi devono essere protetti mediante:
- interruzione automatica dell’alimentazione e collegamento equipotenziale supplementare che colleghi le masse dei componenti elettrici fissi e le masse estranee del luogo conduttore ristretto, incluso il pavimento, se conduttore; oppure
- con circuiti SELV; oppure
- separazione elettrica con la condizione che venga collegato un solo componente elettrico a un avvolgimento secondario del trasformatore di isolamento; oppure
- con componenti elettrici di Classe II o con componenti elettrici aventi isolamento equivalente a condizione che i circuiti di alimentazione siano protetti da una protezione addizionale; oppure
- mediante interruttori differenziali con corrente differenziale non superiore a 30 mA.
Nelle aree di campeggio per caravan e ambienti simili (Sezione 708), tutte le prese a spina devono essere protette individualmente mediante un interruttore differenziale avente una corrente differenziale nominale non superiore a 30 mA. Inoltre, un circuito terminale previsto per il collegamento fisso di un’alimentazione di una casa mobile o trasportabile deve essere protetto singolarmente da un interruttore differenziale avente una corrente differenziale nominale non superiore a 30 mA.
Nei locali medici (Sezione 710) la protezione addizionale mediante interruttori differenziali con corrente nominale non superiore a 30 mA è richiesta per la protezione dei circuiti terminali dei locali medici di gruppo 1 che alimentino prese a spina con corrente nominale fino a 32 A e per i locali di gruppo 2 che non sono alimentati dal sistema IT-M.
La protezione addizionale si applica anche alle parti elettriche di elementi di arredo (mobili e simili) collegate all’impianto elettrico (Sezione 713) e alle prese a spina destinate ad alimentare apparecchi utilizzatori situati al di fuori dell’unità mobile o trasportabile (Sezione 717), con l’eccezione delle prese a spina alimentate da circuiti protetti mediante SELV, PELV o separazione elettrica.
Ciascun punto di connessione in corrente alternata dei circuiti previsti per alimentare i veicoli elettrici ai fini della loro carica e dei circuiti previsti per il trasferimento inverso di elettricità dai veicoli elettrici (Sezione 722) deve essere protetto individualmente da un interruttore differenziale (RCD) con corrente differenziale nominale di intervento non superiore a 30 mA.
Infine (Sezione 740), nel caso di impianti elettrici temporanei per l’alimentazione di strutture, dispositivi per l’intrattenimento e stand in fiere, parchi di divertimento e circhi, la protezione addizionale deve essere prevista anche per i circuiti terminali previsti per l’illuminazione, l’alimentazione di prese a spina con corrente nominale fino a 32 A e per alimentare le apparecchiature portatili collegate tramite cavo flessibile o cordone con portata fino a 32 A.
In attesa di evoluzioni tecnologiche e impiantistiche, quindi, qualora si debba utilizzare un dispositivo di protezione a corrente differenziale occorre rispettare le prescrizioni contenute nella Norma CEI 64-8. Prescrizioni che si applicano non solo ai nuovi impianti, ma anche agli ampliamenti e all’adeguamento degli impianti elettrici esistenti. Su questo aspetto vorrei concludere con una riflessione e una preghiera. Se non è ancora avvenuto, ovvero se l’edificio o l’unità immobiliare non dispone di conduttore di protezione e impianto di terra è necessario che la protezione contro lo shock elettrico non sia demandata ancora al povero interruttore magnetotermico degli anni ’50 (ai tempi in cui vigeva l’obbligo di realizzare un impianto di terra con resistenza di 20 ohm) oppure al dispositivo di protezione a corrente differenziale abbandonato dagli anni ’90 (forse in cantina) sperando che continui a garantire la protezione contro le scosse elettriche in caso di cedimento dell’isolamento elettrico (contatto diretto).
Non è solo una questione di regola d’arte e di rispetto delle norme, ma di sicurezza delle persone. Non possiamo ancora nasconderci dietro un cavillo legislativo che ha più di 35 anni e che, come l’interruttore magnetotermico installato nelle abitazioni in tempi antichi, non garantiva la protezione contro lo shock elettrico.
(articolo di Antonello Greco)