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Quando nel 2020 Comoli Ferrari ha dato vita al Forum del Futuro Quotidiano, allora un ciclo di incontri online, il primo contributo messo sul tavolo è stato una ricerca commissionata al Politecnico di Milano che invitava la filiera a passare dalla value chain alla value network. Sei anni dopo, alla quinta edizione ospitata il 15 ottobre al centro congressi Allianz MiCo di Milano davanti a oltre 300 partecipanti, quell’intuizione è diventata la domanda attorno alla quale ha girato l’intera mattinata, al punto che Franco Villani, amministratore delegato di BTicino, ha fatto notare dal palco come nel giro di poche ore fosse stata posta, in forme diverse, almeno una ventina di volte. Una domanda coerente con la scelta degli organizzatori, che hanno riunito, come ha spiegato Paolo Ferrari, “una platea volutamente molto eterogenea”, fatta del mondo della produzione ma anche di banche e big tech, “perché sono tanti i partner di questo ecosistema che fanno parte della nostra quotidianità”.

Ad aprire i lavori, moderati da Sebastiano Barisoni ed Enrico Pagliarini di Radio24, è stato lo stesso Ferrari, amministratore delegato del gruppo novarese, che ha fissato subito le coordinate del comparto: a fine 2024 l’impiantistica italiana valeva 92,3 miliardi di euro di produzione, seconda in Europa soltanto alla Germania, rappresentava il 27,3% del volume d’affari complessivo delle costruzioni, una quota che cresce ogni anno e tiene anche nei cicli di flessione, e aveva portato l’export a 23,3 miliardi, con una crescita del 31,3% rispetto al 2019. Il terreno su cui lavora, del resto, è un patrimonio edilizio che assorbe quasi il 40% dei consumi energetici nazionali e che nel residenziale è stato costruito per oltre il 60% prima degli anni Ottanta, e dal 3 giugno è operativo il nuovo decreto requisiti minimi, che impone sistemi BACS di classe B negli edifici non residenziali nuovi, in quelli sottoposti a ristrutturazione importante e, dove sostenibile, negli esistenti con impianti termici oltre i 290 kW. Da qui la lettura di Ferrari, secondo cui “i confini tra impiantistica elettrica, idrotermosanitaria e digitale si stanno dissolvendo e al loro posto sta prendendo forma un nuovo settore più complesso, con attori diversi e regole che sono ancora da scrivere”, ed è peraltro la stessa strada che l’azienda ha imboccato quest’anno, affiancando all’offerta elettrica quella idrotermosanitaria.

Il peso degli impianti: il primo segmento delle costruzioni

Il quadro quantitativo lo ha disegnato Lorenzo Bellicini, direttore del CRESME, con un dato eloquente: nel 2026 le costruzioni valgono in Italia 321 miliardi di euro e gli impianti ne pesano 112, più di qualsiasi altro segmento, visto che le opere pubbliche si fermano a 93 miliardi, la manutenzione residenziale a 85 e le nuove abitazioni a 22. A tirare la domanda resta il settore pubblico, perché le gare, che prima del 2019 valevano circa 20 miliardi l’anno, nel 2025 sono arrivate a 69 miliardi e nei primi mesi del 2026 hanno già toccato quota 50, con una componente impiantistica presente nel 65% dei bandi, anche se dal 2027 Bellicini si attende una frenata, almeno all’inizio morbida. Sul lato dell’offerta operano 145.000 imprese impiantistiche con 583.000 addetti, di cui circa 68.000 imprese e 270.000 addetti nell’elettrico e nell’elettronico, e il direttore del CRESME ha sintetizzato la tendenza con una previsione netta, secondo cui “fra un po’ di tempo tutto sarà impianto”, a patto però che la filiera, oggi lunga e spesso competitiva, diventi collaborativa e che il progetto smetta di essere un documento per diventare una piattaforma informativa condivisa.

Sul versante energetico, Franco Cotana, amministratore delegato di RSE, ha ricordato che dei circa 1.300 TWh consumati ogni anno in Italia soltanto 320 circa sono elettrici e che al 2050 questa quota è destinata almeno a raddoppiare, trainata da pompe di calore, mobilità e data center, con un vincolo strutturale che riguarda la rete, senza la cui crescita gli obiettivi rischiano di restare sulla carta.

Data center: le regioni scrivono le regole

Il capitolo più discusso della mattinata ha riguardato i data center, e quindi Lombardia e Piemonte, dove oggi si concentra la domanda. Gli assessori Matteo Marnati, per il Piemonte, e Massimo Sertori, per la Lombardia, hanno illustrato le rispettive leggi regionali, pensate per evitare una crescita disordinata e orientate verso aree dismesse, basso consumo di suolo e compensazioni per i territori. Sertori ha inoltre portato un dato che rende bene l’idea della pressione in atto, perché dall’approvazione della legge lombarda, due mesi e mezzo fa, sono arrivate altre 60 richieste per 11 GW di potenza di connessione, in buona parte speculative, tanto che la Regione intende correggere la norma. A ridimensionare i timori sui consumi ha pensato Matteo Mille, Chief Operations Officer di Microsoft Italia, ricordando che l’insieme dei data center italiani assorbe meno del 2% del fabbisogno energetico nazionale e sintetizzando il punto che più interessa gli impiantisti, ovvero che il digitale è fisico, fatto di infrastrutture, impianti e raffreddamento a liquido, in un mercato che secondo i dati illustrati da Bellicini passerà dai 287 MW installati nel 2024 a 1 GW nel 2028 e a 2 GW nel 2031. Il sottosegretario all’Innovazione tecnologica Alessio Butti, infine, ha indicato nel Sinfi lo strumento da trasformare in un vero piano regolatore del sottosuolo.

Competenze e capitali: i due colli di bottiglia

Se la domanda c’è, i limiti emersi dal confronto riguardano soprattutto le persone e i capitali, e sul primo fronte i numeri li ha forniti Nando Minnella del Ministero dell’Istruzione e del Merito, ricordando che alle imprese mancano circa 150.000 tecnici e che, secondo le rilevazioni di Unioncamere e Confindustria, il 70% delle aziende che cercano questi profili non riesce a trovarli. La risposta del ministero passa quindi dagli ITS Academy e dal percorso tecnico-professionale quadriennale, con corsi progettati insieme alle imprese. Lorenzo Tadini, direttore vendite di BWT, ha descritto la situazione dal lato dell’installazione: nel mondo idraulico l’età media degli installatori è di 56 anni e le imprese sono molto piccole, e di conseguenza la formazione diventa un lavoro lungo, da fare insieme, in cui “la figura del distributore come Comoli Ferrari diventa strategica”.

Più rassicurante, invece, il quadro finanziario tracciato da Alessandro Gorla, amministratore delegato di Cerved Rating Agency, secondo cui dopo la crescita della redditività negli anni del superbonus le imprese hanno registrato una recente inversione di tendenza, mantenendo però una posizione finanziaria più solida, visto che nel 2025 la copertura degli interessi passivi ha toccato un picco di circa 10 volte, la probabilità di default si è fermata al 4,4% e il rischio di credito è ormai allineato o inferiore alla media del portafoglio dell’agenzia, che stima inoltre in circa 400 milioni il potenziale di emissione di minibond del comparto. Tra le criticità Cerved indica la normalizzazione della domanda dopo la stagione del PNRR, la frammentazione del mercato e la difficoltà di reperire manodopera specializzata, e sullo stesso tasto ha battuto Giovanni Tamburi, amministratore delegato di Tamburi Investment Partners, che vede nel nanismo delle imprese il limite principale, perché con banche più caute e tassi in salita la crescita passa da aggregazioni e apertura del capitale.

L’ecosistema alla prova: le ragioni di un ritardo

Sulla diagnosi i produttori saliti sul palco si sono trovati d’accordo, a partire da Andrea Vicario, direttore vendite di ABB, secondo cui la domanda dei clienti si è spostata dal prodotto alla soluzione connessa, mentre Giancarlo Terzi di Schneider Electric ha osservato che, se ogni anello della filiera ottimizza soltanto il proprio pezzo, il sistema finisce per non esprimere il suo potenziale. Floriano Masoero, amministratore delegato di Siemens, ha chiesto a sua volta protocolli aperti e piattaforme in grado di integrare anche prodotti di terzi, dato che accanto a produttori, distributori e installatori entrano ormai software house, energy manager e operatori del real estate, e Massimo Angelo Deldossi, vicepresidente ANCE, ha aggiunto il fattore tempo, ricordando che l’edificio si dimensiona su cinquant’anni mentre impianti e digitale invecchiano molto prima.

La risposta più franca alla domanda della giornata è arrivata però da Villani, secondo cui l’integrazione “avviene solo in parte perché non è indispensabile che avvenga”. Negli ultimi anni, infatti, il settore è cresciuto anche da solo, spinto da elettrificazione e superbonus, e lavorare insieme è rimasto facoltativo, ma ora, con il PNRR concluso, quell’incentivo potrebbe arrivare, una prospettiva che lo stesso Villani ha definito un po’ una minaccia ma probabilmente una realtà. Il secondo motivo chiama in causa i produttori, che dedicano il 95% dello sforzo al prodotto e appena il 5% al modo di portarlo sul mercato, e la sua proposta è quindi porsi il problema della filiera già nella fase di sviluppo. Paolo Cervini, CEO di Gewiss, ha poi spostato l’attenzione sull’adozione, sostenendo che la tecnologia è pronta ma che il 70% delle infrastrutture italiane, nelle sue parole, sono ancora “tecnicamente stupide”, e che senza norme capaci di rendere obbligatorie alcune dotazioni il salto non arriverà. Mario Salari, Head of Italy di Ariston Group, ha ricordato dal canto suo che transizione energetica ed elettrificazione non sono sinonimi e che servono sistemi ibridi capaci di dialogare, laddove oggi l’utente si ritrova a gestire la casa con app diverse che parlano linguaggi diversi.

Un osservatorio sulla filiera allargata: dati condivisi per decidere

In chiusura Ferrari ha indicato nella comunicazione e nel dialogo i due cantieri da aprire, legando le opportunità del settore ai suoi stessi ritardi, perché con meno del 25% del patrimonio immobiliare a norma ogni edificio da adeguare diventa lavoro per la filiera, e alle istituzioni ha chiesto stabilità e un progetto di medio-lungo periodo. Subito dopo ha annunciato la novità della giornata, un osservatorio dedicato all’intera filiera allargata degli impianti, costruito con il CRESME sotto il cappello del Forum diretto da Maurizio Audone, spiegandone così l’origine: “Facciamo tutti una fatica mostruosa a mettere insieme dei dati e a capire come funziona il nostro mondo e dove va”. Il modello affianca l’analisi quantitativa del CRESME al coinvolgimento degli operatori, a cominciare dai produttori, che Comoli Ferrari chiama a contribuire fin dall’avvio, e parte dal lavoro già svolto dal Forum con 160 esperti, prevedendo inoltre un appuntamento annuale per presentare i risultati, aperto a chi vorrà aderire. Bellicini ha ricordato con un aneddoto perché i numeri contano: all’inizio degli anni Novanta il CRESME smise di usare le stime Istat sugli investimenti in opere pubbliche ed edilizia non residenziale, ritenendole sbagliate del 46%, e nel 2005 fu la stessa Istat a correggere i propri dati del 43%. L’iniziativa si muove peraltro in parallelo con il lavoro di FME, la Federazione nazionale grossisti distributori di materiale elettrico di cui Ferrari è vicepresidente, che il 24 novembre presenterà il progetto “Impianti elettrici evoluti per abitazioni pronte al futuro”, formalizzato con il decreto n. 8513 del 26 giugno 2026 emanato da Regione Lombardia.

Tra le risposte ascoltate all’Allianz MiCo, quella di Villani resta probabilmente la più utile, perché indica le condizioni che finora sono mancate: un ecosistema funziona, infatti, se chi ne fa parte legge gli stessi numeri e se qualcuno si fa carico del raccordo tra produttori, progettisti e installatori. Il distributore occupa proprio quel punto della catena, e Comoli Ferrari ha scelto di presidiarlo prima con il Forum, poi con l’integrazione tra elettrico e idrotermosanitario e ora con un osservatorio. Per progettisti e installatori, intanto, le ricadute arrivano anche prima dei dati: BACS di classe B nel non residenziale, impianti termici ed elettrici da progettare insieme, competenze digitali da aggiornare a un ritmo che, come ha osservato Vicario, la scuola da sola non riesce a tenere.