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assoRinnovabili contro lo “Spalma-incentivi”: ecco perchè…

assorinnovabili“Questa misura introduce modifiche peggiorative aventi palesi effetti retroattivi e, pertanto, lede l’affidamento degli operatori nella certezza e stabilità del regime incentivante. Tutto ciò è in evidente contrasto sia con la disciplina europea sia con le nome costituzionali. Alla pericolosità di una simile misura si aggiunge la sua sostanziale scarsa utilità, se si considera che i benefici che si otterrebbero sulla bolletta delle PMI sarebbero estremamente limitati a confronto con i costi per il sistema Paese, illustrati in seguito.
Il settore fotovoltaico è stato già interessato negli ultimi anni da una lunga serie di modifiche regolatorie (Eliminazione Prezzi Minimi Garantiti, Introduzione dell’IMU, Eliminazione Indicizzazione Tariffa Incentivante Primo Conto Energia, Inclusione Rinnovabili nella Robin Hood Tax, Azzeramento CTR, Introduzione Oneri di Gestione GSE, Disciplina sugli Sbilanciamenti, Cambio Aliquota Ammortamento Fiscale, Tassazione Speciale per Aziende Agricole con impianti rinnovabili) che hanno impattato sensibilmente sui conti delle singole imprese produttrici. Si stima che la somma delle misure condurrà nel solo 2014 ad una “restituzione” di incentivi per oltre 1 miliardo di euro, destinati in larga parte alla fiscalità generale (circa 800 milioni) e solo in misura limitata ad una riduzione della componente A3 a beneficio delle bollette elettriche e quindi dei consumatori.
Nel malaugurato caso che il Governo decidesse di proseguire sulla strada dello “spalma incentivi” obbligatorio sarebbero davvero molti gli effetti negativi sul Paese da considerare:

EFFETTI SULL’IMMAGINE DEL PAESE E DEL GOVERNO
1. Il Governo avrà un pessimo ritorno d’immagine
Con questo provvedimento, il primo in tema d’energia del Presidente Renzi, il Governo rischia di diventare l’affossatore del settore delle rinnovabili, un settore che gode di ampio consenso presso il grande pubblico (in un recente sondaggio condotto da IPR per Fondazione UniVerde, l’86% degli Italiani si dichiara a favore dell’utilizzo dell’energia solare) e che coinvolge, oltre alle imprese da noi rappresentate, anche 500.000 produttori non professionali che, grazie agli incentivi, hanno installato un impianto sul tetto della propria casa o del proprio capannone.
Indipendentemente dalla portata dell’intervento, il solo fatto che il Governo decida di cambiare unilateralmente anche solo alcune migliaia di contratti certi di durata ventennale firmati con un’azienda dello Stato Italiano (GSE SpA) sarebbe sufficiente per destare una fortissima preoccupazione negli altri produttori di energia da fonti rinnovabili e non solo del fotovoltaico.
Passerebbe senz’altro il messaggio verso l’esterno che i diritti derivanti da contratti in essere possono essere violati: in sostanza oggi sarebbero colpiti solo alcuni; domani potrebbe toccare a tutti gli altri.

2. Il Governo avrà un’importante battuta d’arresto nel riposizionamento dell’Italia in Europa
In più occasioni il Commissario Europeo per l’Energia Günther Oettinger ha affermato come non devono essere introdotti in nessun modo tagli retroattivi ai meccanismi di incentivazione alle energie rinnovabili. La Commissione Europea lo ha confermato in ultimo nella recente emanazione delle Linee Guida per gli Aiuti di Stato per Energia e Ambiente (Comunicazione dello scorso novembre): “Unannounced or retroactive changes to the support schemes must be avoided.
Investors’ legitimate expectations concerning the returns on existing investments must be respected” (Modifiche non annunciate o retroattive nei meccanismi di incentivazione devono essere evitate.
Le legittime aspettative degli investitori in merito ai ritorni economici degli investimenti effettuati devono essere rispettate).
Se il Governo emanerà questo provvedimento, l’Italia subirà un’importante battuta d’arresto nel suo processo di riposizionamento in Europa, che sarebbe inoltre profondamente aggravata dal fatto di essere il Paese Presidente di Turno nel prossimo semestre europeo, in cui dovrà essere adottata una decisione sul prossimo Pacchetto Clima-Energia e sugli obiettivi al 2030.

3. Gli investitori congeleranno tutti i progetti di sviluppo in Italia e il piano infrastrutturale verrà boicottato
Come sostenuto proprio in questi giorni dal Presidente della Consob Vegas, “Ogni nuova norma andrebbe valutata sulla base di un indicatore della sua capacità di respingere o attrarre gli investitori”.
Ebbene, una misura retroattiva di questa portata minerebbe seriamente la credibilità del nostro Paese nei confronti degli investitori esteri e anche italiani in quanto verrebbero messi in discussione i principi stessi alla base di uno “stato di diritto”, allontanando qualsiasi ulteriore interesse ad investire nel settore delle rinnovabili e provocando un enorme danno reputazionale anche per altri settori.
Con buona probabilità, gli investitori boicotteranno il piano di sviluppo delle infrastrutture e privatizzazioni previste dal Governo. La sola possibilità di questo intervento sulle rinnovabili sta creando una vera e propria psicosi all’estero e, nel caso venisse trasformata in legge, gli investitori e i media internazionali darebbero certamente vita ad una vera e propria campagna mettendo in discussione la credibilità del nostro Paese.
Anche le principali società internazionali di Rating del Debito Pubblico italiano valuteranno con estrema attenzione l’outlook di un paese che applica modifiche a contratti in essere tra Stato e Imprese.
L’obbligatorietà dello “spalma incentivi”, sia esplicita che implicita (per esempio attraverso una finta volontarietà ricattatoria), porterebbe inoltre ad una lunga serie di ricorsi e contenziosi promossi dagli operatori, con tempi e costi difficilmente calcolabili, che esporrebbero lo Stato a risarcimenti miliardari.
L’esempio di paesi come Spagna, Portogallo e Bulgaria in cui sono stati inflitti tagli retroattivi agli incentivi rinnovabili è emblematico. Nel caso spagnolo (che sembra essere il modello da “dover seguire” secondo una certa parte della classe politica) esistono attualmente una serie di arbitrati internazionali avviati da una ventina di investitori per un ammontare di danni richiesti totali superiori ai 10 miliardi di Euro, con buone probabilità di successo per i ricorrenti. La mancanza di regole certe fa fuggire gli investitori istituzionali di cui questo paese ha un disperato bisogno.
Inoltre, un provvedimento simile andrebbe a vanificare lo sforzo normativo profuso per l’emissione di una normativa volta a far decollare i mini-bond, rendendo appunto più agevoli operazioni di capital market per le PMI.
I contratti in essere si rispettano e giova ricordare che 
l’Italia non ha un pedigree esemplare per il suo sistema giuridico, risultando al numero 103 al mondo (dopo Grecia, ma anche Ghana ed Haiti) nella classifica indipendente “Enforcing Contracts” redatta dalla banca mondiale/IFC.

EFFETTI MACROECONOMICI AVVERSI
4. Il sistema del credito avrà forti sofferenze e rallenterà la ripresa economica del Paese
Gli istituti finanziari, italiani e stranieri, privati e pubblici (sono esposti anche BEI, CDP e SACE), hanno contribuito in misura massiccia (circa il 70-80%) a finanziare i 50 miliardi di Euro di investimenti degli ultimi anni nel fotovoltaico italiano. A fronte del provvedimento si troveranno con decine di miliardi di credito incagliato o in sofferenza, con un forte impatto sui ratio di Basilea III, che imporrà alle stesse banche di ricapitalizzare a fronte dei crediti incagliati.
La necessità di fare emissioni di nuove azioni prima di poter effettuare nuovi prestiti alle imprese avrà l’effetto di rallentare l’emissione di nuovo credito e la ripresa economica.
Il mancato rifinanziamento di prestiti bancari attraverso il ricorso ai mercati dei capitali rallenterà infine quel virtuoso processo di turn over del credito che permetterebbe alle banche di erogare finanziamenti freschi e conseguentemente di accelerare la ripresa economica. Infine dal rischio di default dei progetti deriva una necessità di maggiori provisions sui bilanci delle banche, da cui seguirà minore imponibile fiscale e quindi minori entrate per lo Stato.

5. La stragrande maggioranza degli operatori fallirà, con seri impatti occupazionali
Una misura di questo genere sarà causa di numerosi default aziendali con pesanti problemi in termini di occupazione e di mancate entrate fiscali. Si ricorda a tal proposito che il GSE ha stimato per il 2012 circa 190.000 addetti nel settore delle rinnovabili e nel suo indotto, di cui circa 72.000 nel solo fotovoltaico e nel suo indotto. Per effetto delle misure regolatorie retroattive enunciate in precedenza e per il forte rallentamento degli investimenti, tali valori si sono sicuramente già ridotti nel corso del 2013; il provvedimento del Governo potrebbe dare un colpo mortale all’occupazione nel settore, in contraddizione con la sua intenzione di voler investire soprattutto sulla creazione di posti di lavoro nella green economy.

6. Lo Stato perderà importanti entrate fiscali
La probabile cessazione di attività da parte di tante aziende di settore comporterebbe anche un mancato gettito economico per le casse statali a causa del conseguente mancato pagamento di imposte come l’IRAP e l’IRES d’impresa e l’IRPEF dei lavoratori dipendenti, per una somma che potrebbe essere compresa tra 500 e 700 milioni di euro. A queste, come accennato in precedenza, si aggiungerebbero le mancate entrate fiscali dalle banche derivanti dalla necessità di accantonamenti in bilancio, a fronte di prestiti in sofferenza.

EFFETTI SUI RAPPORTI TRA PRODUTTORI E ALTRI STAKEHOLDER
7. Le rinegoziazioni con le banche, quando tecnicamente possibili, avranno costi ingenti
Nei pochi casi in cui si riuscisse tecnicamente a rinegoziare i contratti di leasing o di project financing per implementare l’allungamento della vita del debito necessario ad evitare il default dei singoli progetti, ci sarebbero ingenti costi dovuti a: maggiori interessi e commissioni per le imprese; costi legati alla rottura dei contratti di hedging richiesti dalle banche finanziatrici; difficoltà di valutare la performance tecnica degli impianti dopo 20 anni; manutenzioni straordinarie per sostituzione componenti tecniche obsolete (es. inverter) dovute ad un allungamento del periodo di esercizio.
Tutto questo senza contare il necessario impegno delle risorse umane, che verrebbero sottratte alle normali funzioni creditizie in un momento così delicato dell’economia nazionale.

8. Gli enti locali che hanno rilasciato le autorizzazioni dovranno aprire nuovi iter
Lo “spalma incentivi” comporterebbe nella grande maggioranza dei casi la necessità di intervenire sui titoli autorizzativi per consentire la prosecuzione dell’attività di produzione, con rischi connessi all’esito e alla tempistica dei procedimenti, che coinvolgono una pletora di enti pubblici.
Ciò comporterebbe un ulteriore forte aggravio burocratico alla macchina statale e una sottrazione di risorse economiche e
umane ad altre attività di competenza degli enti locali e dei medesimi produttori.

9. I contratti di affitto o di diritto di superficie andranno rinegoziati
Si porrebbe inoltre un serio problema legato alla necessaria rinegoziazione, spesso con una moltitudine di soggetti diversi, dei contratti di utilizzo dei suoli su cui sono ubicati gli impianti e le infrastrutture di connessione che, di regola, hanno una durata pari a quella degli incentivi.
La rinegoziazione necessaria di tali contratti esporrebbe i produttori alla possibilità di ricatti contrattuali da parte dei proprietari, che in alcuni casi potrebbero addirittura non essere disponibili a discuterla”.

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